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  • Cuadernos de Jazz
  • 01/03/2012
  • Óscar Arribas

ONDAS CÓSMICAS

Ante la situación de estancamiento y parálisis que embarga a la industria musical uno se sorprende gratamente al encontrarse con una nueva referencia de El Gallo Rojo. Un sello al que habría que calificar más bien como laboratorio de ideas musicales por los innumerables y diferentes proyectos que alberga en su seno. Y es que, al igual que Astérix y Obélix, este colectivo de irreductibles músicos resiste frente a un panorama musical cada vez más desalentador. ¿Cuál será su pócima? Uno de sus últimos lanzamientos es Ja Vigiu Plamja, un proyecto que toma como nombre las últimas palabras lanzadas desde el espacio por una cosmonauta rusa instantes antes de morir. Un mensaje de auxilio, que podría traducirse como “veo una llama”, captado por dos hermanos radioaficionados italianos. Este extraño y oscuro suceso, desmentido y silenciado desde Moscú, ocurrió antes de que Yuri Gagarin completara con éxito el primer viaje espacial en abril de 1961. Ahora, aquel hecho insólito inspira a esta atípica formación comandada por la voz de Silvia Donati, los teclados de Federico Squassabia, la base rítmica de Massimiliano Sorrentini y el refuerzo del saxo de Francesco Bigoni en algunos temas de este sorprendente To Infinity and Beyond. Ja Vigiu Plamja plantea una propuesta musical que cruza composiciones de Billy Strayhorn o poemas de Sylvia Plath con estilos musicales como el rock, el jazz, la psicodelia o el funk. Todo ello, realizado con una instrumentación reducida para crear una ambientación realmente singular. Así, el tono misterioso e intrigante de Lady Lazarus resultaría apropiado para sonar en un lugar oscuro y sórdido, al igual que la ralentizada e hipnótica interpretación de A Flower Is a Lovesome Thing de Strayhorn. Silvia Donati demuestra poseer una gran variedad de recursos, jugando con la inflexión y el tono de su voz para mutar y reinventarse en cada tema; ya sea cantando en inglés (Take the “A” Train), el idioma que más utiliza, en italiano (Lei dice) o portugués (Dancing Waves). Un grupo que demuestra valentía y personalidad en cada una de las nueve composiciones del álbum, la gran mayoría escritas por ellos. ¿Una Prueba? La sobrecogedora e inquietante nana de Ulster Catholic Children, donde la voz grave de Donati, acompañada únicamente por el piano de Squassabia, sentencia al final: “de qué Dios te puedo hablar cuando el problema es cómo permanecer vivo”. Para disfrutar de este proyecto sólo hay que sintonizar adecuadamente la onda de transmisión que incluye este disco. Su música resulta altamente adictiva.

 

“To the Infinity and Beyond” di Ja Vigiu Plamja è stato scelto tra i migliori 100 dischi del 2012 dalla rivista Jazzit.299572_10151639517839698_964053802_n-300x300.jpg

  • AllAboutJazz Italia
  • 02/05/2012
  • Vincenzo Roggero

El Gallo Rojo è una delle poche, pochissime, realtà che testimoniano con assiduità e costanza i molti fermenti che animano la scena musicale italiana più creativa e stimolante. Sicuramente è l’etichetta che più di altre, vi è ormai un corposo catalogo a provarlo, ha nella trasversalità un proprio tratto distintivo riuscendo nel contempo a mantenere alto il profilo artistico e la sostanza progettuale. Questo To Infinity and Beyond ne è l’ennesima brillante testimonianza. L’iniziale “Lady Lazarus” ha toni notturni, colonna sonora di personaggi e paesaggi chandleriani con un finale che sarebbe piaciuto a Kubrick e ai suoi incubi. “Achille e la tartaruga” è un divertissment illuminato da una tastiera danzante e giocosa che sfuma in “Il sogno di Zenone” ballad allucinata e commovente. “The Morning After” è blues liquido e languido come pochi, “Yo-Yo” è funky allo stato puro ma non fatevi ingannare perché la sorpresa è dietro l’angolo, “Dancing Waves” è immaginario incontro tra Marisa Monte ed Elis Regina dal finale imprevedibile. Aggiungiamo pure due classici di Billy Strayhorn come “A Flower Is a Lovesom Thing” e “Take the A Train,” dove l’alone romantico del primo viene trasformato in crepuscolare riflessione melodica e lo swing incontenibile del secondo, trattenuto, rallentato, con una sorta di spoken word che sostituisce il contagioso ritornello. Tanta eterogeneità di materiali si ricompone in un suono assolutamente riconoscibile, un po’ old fashioned e un po’ avant-garde, in testi ironici, surreali(sti), militanti, poetici, in una strategia esecutiva elastica, duttile, ardita nelle contaminazioni. Silvia Donati, già straordinaria presenza in It’s Nine O’Clock a firma The Humans, conferma arditezza, versatilità interpretativa e presenza “scenica” quasi teatrale nell’economia della registrazione. Federico Squassabia è un architetto del suono in grado di creare con le tastiere scenari liquidi e un poco allucinati, Massimiliano Sorrentini trova l’ambiente ideale per esprimere al meglio le sfumature rock del suo drumming e Francesco Bigoni, quando presente, lascia il marchio indelebile, sempre più riconoscibile del suo sax tenore.

Valutazione: 4 stelle

  • JAZZ CONVENTION
  • 30/01/2012
  • FABIO CIMINIERA

Tutto prende le mosse dalle linee melodiche, le Songlines del titolo del disco, e dal cammino che unisce le linee, il Walkabout appunto. Nove tracce dedicate a luoghi e personaggi legati a quei luoghi tracciando un percorso tra suoni, associazioni mentali, memorie e suggestioni. Squassabia disegna il suo piano trio attraverso una gestione paritetica dei ruoli e la formazione sfrutta il contributo collettivo dei suoi tre componenti. Il piano trio è uno dei punti focali della storia del jazz ed è anche il cardine intorno al quale ruotano, tra le altre cose, la ricerca del nuovo, il rispetto per la tradizione e la sua prosecuzione – più o meno calligrafica – e, sintesi di questi due elementi, la possibilità di veicolare le sperimentazioni musicali provenienti da altri linguaggi e confrontarne i risultati delle evoluzioni sonore dei tre strumenti con una storia lunga e per questo, allo stesso tempo, gloriosa e ingombrante. Il Federico Squassabia Walkabout – trio costituito insieme a Danilo Gallo e Nelide Bandello, rispettivamente al contrabbasso e basso elettrico e alla batteria – incontra quindi il format storico con la predisposizione aperta a nuove possibilità sonore: basso elettrico distorto e il pianoforte preparato, il rock e le avanguardie. La musica del trio – tutte composizioni di Squassabia a parte Sophisticated Lady di Duke Ellington – non rimane confinata all’interno del jazz, ma accoglie elementi diversi, si sposta nel suo percorso in maniera libera tra le ispirazioni e ne sfrutta la vena con un atteggiamento capace allo stesso tempo di ricevere i vari stimoli differenti e di dar loro respiro tramite le improvvisazioni e le “regole” proprie del piano trio jazz. Squassabia utilizza passaggi minimali e momenti dalle dinamiche forti, accostati anche in maniera repentina. Le variazioni nell’utilizzo degli strumenti e la disposizione corale del trio, l’attitudine a lasciarsi permeare dalle ispirazioni legate ai luoghi e ai personaggi scelti rendono ulteriormente sfaccettato il lavoro. Il punto a vantaggio del lavoro di Squassabia è nel rendersi conto della già notevole varietà degli elementi considerati e quindi nel non cercare a tutti i costi la sorpresa, nel non voler stupire con effetti mai uditi. Il pianista tende piuttosto a ridurre a un comune denominatore i vari ingredienti portati nel lavoro e a confrontarle con le dinamiche di un piano trio dall’approccio democratico e che preferisce seguire trame che sfuggono dal rituale tema-assolo.

  • Otro Jazz
  • 04/04/2012
  • Pedro César Beas

Walkabout es un rito de iniciación de los aborígenes australianos. Durante seis meses, generalmente en su adolescencia, los aborígenes se internan en el desierto con un solo fin: rastrear los caminos ancestrales y conectar con el pasado para después plasmar las rutas, y sus respectivos sueños, en canciones tradicionales, historias, bailes o danzas. La romántica idea y mística del walkabout australiano no sólo dio título al nuevo disco de Federico Squassabia, sino que lo llevó a crear una serie de composiciones en las que la sonoridad está íntimamente ligada a lugar, sueño y personaje. Es así como Ámsterdam, Venecia, México y hasta Ernest Hemingway toman forma sincopada y encuentran su textura. Squassabia hace de Walkabout un cuaderno de viajes para trío, una ruta donde los caminos se van pintando en brochadas y como en cualquier viaje digno, se cambia de ruta en el momento menos pensado. Con Nelide Bandello patrocinando elegantes baquetazos y el chile de todos los moles Danilo Gallo haciendo con el bajo lo que solo él sabe hacer, los nueve cortes de Walkabout dan razón a la famosa línea de Pessoa “…los viajes son los viajeros. Lo que vemos no es lo que es, sino lo que somos”.

  • AllAboutJazz Italia
  • 06/05/2011
  • Paolo Peviani

Nel jazz, è oggettivamente difficile riuscire a sorprendere, a dire qualcosa di nuovo con un piano trio. Formula classica se mai ce n’è una, ampiamente codificata ed altrettanto ampiamente frequentata. L’approccio seguito dal trio di Federico Squassabia è tuttavia molto interessante. Sfugge il confronto diretto con i capisaldi del jazz piano trio e costruisce invece un album che, mediante l’evocazione esplicita di luoghi e persone, delinea un itinerario musicale attraverso vari scenari geografici ed emozionali. Arrivando anche al jazz, ovviamente (c’è persino un classico come “Sophsticated Lady” di Ellington), ma passando preventivamente dalle scansioni dispari di “Amsterdam” e di “C’era Una Volta,” dal passo forzato – quasi una marcia – di “Una Passeggiata ai Giardini Pubblici” e proseguendo poi verso atmosfere disco o sudamericane. In breve, “Walkabout” ha ben poco in comune con le proposte dei vari piano trio contemporanei cui siamo abituati, sia quelli agganciati al modello Bill Evans che quelli più orientati al pop. E tuttavia, pur nel suo eclettismo (voluto), riesce a non essere dispersivo e a mantenere, al contrario, una forte coerenza ed unitarietà. Questo perché al suo interno non ci sono gerarchie di genere, frontiere, giudizi di merito. Solo tanti modi diversi di intendere la musica. Luoghi da visitare e personaggi da conoscere, come ben suggerito dal titolo dell’album (il walkabout è un viaggio rituale degli aborigeni australiani, guidato da canti), per una volta pertinente al contenuto dello stesso.

  • Sentire Ascoltare
  • 16/03/2013
  • Fabrizio Zampighi

Dopo essere cresciuto in quella fucina di talenti che è Improvvisatore Involontario, Federico Squassabia approda a Parade – costola sperimentale di Trovarobato – con questo Songlines. Nella pratica nulla cambia, nel senso che l’universo del pianista continua ad essere fatto di una materia flessibile, meditativa, contaminata, in equilibrio tra jazz, classica e contemporanea. La formazione è minimale: Nelide Bandello alle percussioni e Danilo Gallo al basso/contrabbasso, a giocare con un concetto di viaggio che ambienta ogni brano in un luogo (fisico o dell’anima) diverso. Con il groove dispari di The Jellyfish Meal (Amsterdam) e le ampie aperture di C’era una volta (The Wild Wild West And Sergio Leone), le aspirazioni atonali di Don Durito Y Marcos (Mexican Walk & Subcomandante) e i fraseggi di piano scapicollanti di Una passeggiata ai giardini pubblici (Bologna) che svelano un’opera stratificata, obliqua e a suo modo narrativa. Avant-jazz avventuroso e immaginario, alla stregua delle vie dei canti degli aborigeni australiani a cui il disco idealmente s’ispira. E uno Squassabia come al solito a ottimi livelli.

 

  • Blow Up
  • 02/05/2011
  • Enrico Bettinello

Il pianista Federico Squassabia, in trio con Danilo Gallo e Nelide Bandello, allestisce per l’occasione un viaggio rituale (il walkabout degli aborigeni australiani citato ) che unisce luoghi della memoria molto differenti, da Amsterdam al Messico, da Hemingway a Sergio Leone.Evocare cotanti spiriti fa bene alla musica di Squassabia che costruisce un disco molto convincente, dalla narrativa mobile e fresca. Le vie dei canti sono infinite. (7/8)

  • Musica Jazz
  • 01/08/2011
  • Dalla Bona

Un pianoforte luminoso, spinto da un basso potente verso un’inedubile tensione non solo ritmica, ma timbrica: The Jellyfish Meal effonde ondate di euforia attraverso note prismatiche emananti una luce che si spande su tutti i restanti brani come qualità del tocco pianistico, quasi sempre più “forte”che “piano”. e sempre più sottili gradazioni di intensità sembrano esprimere un brano dopo l’altro un confronto meditato con l’ombra, con lo spezzarsi del disegno ritmico e tematico dell’inizio in una sorta di sapiente frammentazione cui solo una deliberata lentezza, altro tratto caratterizzante, impedisce di connotarsi in modo classicamente impressionistico. Come dicono i titoli, la musica è ispirata a singole immagini: la memoria che le restituisce è tanto fervida e mitologicamente calibrata da far fluire un’invenzione musicale ramificata.